“Viaggiare partire viaggiare viaggiare partire viaggiare partire viaggiare partire partire viaggiare viaggiare partire partire viaggiare non fermarsi mai chilometri che sotto il culo passano e allontanano i guai..” inizia così Marco Polo di Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti. Il sogno di molti, il sogno di chi vorrebbe riempire una valigia di sogni con destinazione estero.
Sognare un aereo, colorarlo di immagini, suoni, voci, gente, lingue. Leggere una guida turistica spogliarne le pagine, desiderare il profumo di una nuova realtà, di una diversa cultura, di un camminare distante.
Partire per un viaggio lontano, magari un viaggio di un anno, forse due… Andarsene dopo una serata di addii, bicchieri di vino rosso e osteria. Scherzare con il proprio credo e infilare nella tasca abbracci, qualche in bocca al lupo e molte pacche sulla spalla. Congedarsi conoscendo una data, quella del ritorno. Allontanarsi per studio lasciando casa. Salutare gli amici per un futuro migliore. Rompere forse con la ragazza con la paura nel cuore. Lasciare, ma con la consapevolezza di un ritorno ‘fittizio’ nella casa di sempre, tra gli stessi amici e forse senza più paura nel cuore. Nulla è cambiato, ma tutto è così diverso.
Erasmus, l’occasione per iniziare la ricerca di un nuovo ‘io’. Un occasione importante per milioni di studenti, che si gettano in una nuova società dalla bandiera diversa. Spesso Spagna, a volte Francia od Inghilterra, e chissà, se sei fortunato, ti capita di finire in Olanda, come capitò al sottoscritto nell’ormai lontano 2008. Per la precisione fu Amsterdam, furono mulini, furono coffe shop, furono turisti, furono tulipani… per la precisione fu un sogno, un sogno vissuto di petto, solitudine e tanto eccitamento. Vissi tutto pienamente, quando la carta d’identità cantava il numero 27 come sinonimo della voce età. Poca l’esperienza della parlata non italiana. Il mio bagaglio culturale era ricco d’Italia, di mafie, di Napoli, di Bologna, di Verona. Conoscevo il cinema doppiato. Conoscevo la splendida voce di Ferruccio Amendola come quella di Robert de Niro. Credevo in un sistema fatto di italianismi e pasta alle 4 del mattino, tra amici e racconti di vacanze.
Non conoscevo il mondo al di fuori dello Stivale, al di fuori dei treni in constante ritardo, della burocrazia impazzita, paralizzata e schiavizzata dalle poltrone del ‘Non mi dimetto’.
Io ‘stupido’ di una laurea triennale DAMS cinema di Bologna, pensavo di conoscere il mondo, pensavo di esser Dotto. Io Diego Ottaviano, credevo di esser un dottore in cinema, critica ed arte. Ottenuto un documento di laurea, quasi anonimo, quasi inutile, ero certo di aver conquistato sapere, finché il 18 Agosto 2008 un aereo, Bergamo-Amsterdam, della compagnia Transavia uccise in gola Mameli, il tricolore e la notte del 9 Luglio 2006.
Ricordo i primi giorni. Dove agosto faceva già rima con autunno che aveva iniziato a gridare sotto forma di vento, pioggia e sciarpe colorate. L’autunno svestiva la città delle foglie che iniziavano a lievitare sulle stradine rosse, rigorosamente ciclabili e quasi sorelle delle strade gialle di Oz. L’inglese non era la mia forza. Il dialogo, la risata italiana, le barzellette ed i momenti di gloria sposati nei portici bolognesi, divennero idoli in momenti di solitudine. Conoscere la gente era facile, ed innamorarsi lo era ancora di più. Tutto sembrava più bello di casa, ma solo fin a quando il ritmo di cappuccino e cornetto iniziarono a mancare.
Erasmus, che esperienza fantastica. Un modo per conoscer te stesso, un modo per conoscere che il Nepal non è solo quello di Everest e Buddismo. Un atto di coraggio per capire che la Cina non è poi tanto vicina come orchestrava un certo Bellocchio. Un modo per scoprire che Ungheria, Bulgaria e Romania sono tutto fuorché paesi che chiedono l’elemosina al semaforo, come un infelice Maroni invece vorrebbe. L’Erasmus fu un pianoforte di musiche da discoteca, da borrell all’olandese, di beerpong all’americana, di ratatouille e champagne con amici francesi. L’Erasmus fu, ed è ancora nelle mie memorie, un capitolo di voci e pensieri dalle lingue e dalle educazioni gentilmente e romanticamente distinte. Fu la via per scoprire che ci si può innamorare di una donna che di MotherFucker e sigarette ne fa quasi una religione senza chiesa.
L’Erasmus per me fu un capolavoro di Macchiavelli scritto all’estero, dove sociologismi e stereotipi muoiono al suono di una battuta irlandese di un professore che vive per imparare. Erasmus, che ‘volgarmente’ è un programma di mobilità per gli studi all’estero per studenti europei, fu la mia chiave di violino verso il mondo. Fu il passaporto per la conoscenza di me stesso e per la conoscenza dell’amore che provo verso il Bel Paese. Grazie ad una borsa di studio fui in grado di imparare una nuova lingua. Imparai ad ascoltare la gente e non la televisione. Il cinema che avevo studiato sotto l’ombra di un “Divorzio all’Italiana” prese finalmente voce. Un cin cin si trasformò prima in Cheers, poi in Prost, Saude, Gezuar ed ancora Santé o Saùde.
Fu un anno bellissimo che mi aprì le porte verso una vita diversa, dove il piatto del giorno non ha il sapore della pizza della domenica, ma quello di entusiasmi e graffiti da cortile davanti ad un barbecue sotto un cielo innamorato della neve.
Parlare con Melaniè, o Sean, oppure con Quiao. Ascoltare nomi originali, eleganti ed indifesi dalla pronuncia vigliacca di chi il vangelo lo conosceva per Matteo, Luca o Giovanni. Chiamare l’attenzione di un professore per gridare il nome di Michelangelo, che in quella sede era invece Michealangel. Leggere Gramsci in inglese e finalmente capirne l’essenza egemonica. Trascinarsi le mani agli occhi davanti ad una foto-sequenza di ‘paradiso’ per una lezione su Tornatore. Innamorarsi. Questo è il significato di un Erasmus. Innamorarsi di ciò che ‘casa’ offriva, ma che ora è lontano. Innamorarsi di una parola, ‘ciao’. Decidere che De André diventi il suono delle tue giornate tra biciclette e bellissime donne dai capelli angelici. Divertirsi respirando l’entusiasmo di un’avventura che altro non è che un rollercaster (montagne russe) di amori e passioni per la propria terra. Ed io che italiano lo sono di cuore e di mente, decisi di lasciarla perché come direbbero gli LCD SOUNDSYSTEM, Italia I love you, but you freaking me out. Oggi è ancora Olanda, come fu nel 2008. Un Erasmus di un anno divenne poi, il mio sistema di vita: “partire, viaggiare, viaggiare partire non fermarsi mai, chilometri che sotto il culo passano e allontanano i guai”
www.diecieventicinque.it
www.diecieventicinque.it